Gatto, compagno di vita

Il gatto è un compagno di vita molto speciale.

Che i gatti siano compagni di vita molto speciali, mi è stato chiaro fin da bambina.

Allora, vivevo ad Ariano Irpino. Abitavo una grande masseria in una contrada dal nome poetico.

Nella fattoria c’erano gli animali da cortile: le galline con il loro gallo incazzoso, le oche bianche, le anatre gialle o grigie, i conigli, qualche tacchino.

Nell’ovile, le pecore. In primavera, – ahimè, in prossimità dei riti della Pasqua – nascevano i teneri agnelli, che io chiamavo mimmi. Temo di averne assaggiato più d’uno, senza saperlo.

Nelle stalle, le vacche. Guai a chiamarle mucche, il nonno s’inalberava. Il nome è sacrosantamente vacche, ribadiva, contraddicendo la maestra, che voleva ingentilire la denominazione scientifica .

Due della mandria avevano ricevuto un nome proprio: Bianchina, alludeva al mantello chiaro, e Ferrandone dal senso oscuro. Forse, era il cognome dell’allevatore che l’aveva venduta al nonno. Di sicuro, aveva un pessimo carattere. Lunatica e schizzinosa, si rifiutava di bere nella secchia, se qualche altra bestia ci aveva messo il muso dentro.

Fra i tanti animali, però, quelli che sentivo più affini e prossimi erano i cani e i gatti. Nonno Gigi cresceva lupi da gregge, attenti e scattanti, che custodiva nel canile per motivi di sicurezza, e qualche meticcio da guardia, libero di gironzolare fra gli orti e i campi. Il mio compagno di giochi era Pupetto, fulvo e vivace. Quando correvo a scavezzacollo, mi raggiungeva e mi azzannava un polpaccio. A volte, metteva troppa foga nel gioco e finiva per farmi male. Però, i denti lasciavano solo un segno superficiale.

Gatti ce n’erano tanti. Una folta colonia popolava in assoluta libertà i fienili, le stalle, gli ovili, il pollaio e le numerose soffitte. Nella bella stagione, mi capitava di vedere qualche gatta sgusciare da una balla di fieno o dal pagliaio seguita da quattro o cinque gattini miagolanti.

Spesso, il drappello felino incrociava uno stuolo di pulcini, che sgambettava dietro la chioccia arruffata. Allora, la mamma pennuta s’infuriava. Apriva le ali e le sbatteva, lanciandosi addosso alla madre pelosa, che soffiava e faceva la coda grossa. Poi, senza darle troppo peso, s’allontanava, l’aria di superiorità.

Talvolta, qualche micio si lasciava distrarre da un’ape o da una farfalla e rimaneva indietro. La mamma prima miagolava un incitamento. Poi, se il piccolo era men che svelto a ubbidire al richiamo, lo recuperava con uno scappellotto. A volte lo faceva letteralmente volare in mezzo agli altri – giuro mamma-gatta menava come un’ossessa – oppure lo addentava per la collottola e lo riconduceva tra i fratelli fermi in attesa.

A me piaceva il suo modo spiccio, tanto simile a certe asprezze sbrigative di mia madre. Senza che me ne accorgessi, appresi le regole basilari – dicasi animali – della vita, giocando coi gatti e i cani e osservando i loro comportamenti istintivi, ma sempre efficaci e finalizzati a uno scopo utile al branco.

Tu pensi si possa imparare dagli animali?

Hai un ricordo legato a un amico speciale?

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Di Giuseppina D'Amato

Amo i libri, la fotografia e i gatti. Sono professoressa in quiescenza, scrittrice e fotografa per passione. Lascio che il mondo precipiti nei miei occhi. Osservo la gente e lo spazio intorno a me. Narro con le parole e scrivo con la luce.

7 commenti

  1. Ciao Sara. Vero. Byron ha una pelliccetta riccia e morbidissima. I Devon non hanno sotto pelo. Belle non ha pelo sul corpo ed è liscia, come il vellutino. Ha un po’ di pelliccia sulle zampine e sulla coda. Lei ha un poco di pelo morto che va tolto. Grazie per il passaggio. Ti auguro un sabato e una domenica stupendi. 😀😍😻😽

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