Byron e Belle, storie in immagini.


Byron e Belle, Storie in immagini.

Byron e Belle, storie di gatti.

tema del post: l’infanzia di Byron e Belle.

Le immagini appartengono a Giuseppina D’Amato e ritraggono Byron e Belle dei Tatamoon ©.

Chi desidera riutilizzarne qualcuna, per favore informi l’autrice tramite e-mail. Grazie.

I prossimi post saranno ispirati a un nuovo tema tra i seguenti in ordine casuale:

Byron, Belle e il riposino.

Byron e Belle alla finestra.

Byron, Belle e il balconing.

Byron, Belle e il grattatoio.

Byron, Belle e le zampine.

Byron, Belle e gli scatoloni.

Byron, Belle, la pallina e il riporto.

Byron, Belle e l’arrampicata.

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Gatto, compagno di vita


Il gatto è un compagno di vita molto speciale.

Che i gatti siano compagni di vita molto speciali, mi è stato chiaro fin da bambina.

Allora, vivevo ad Ariano Irpino. Abitavo una grande masseria in una contrada dal nome poetico.

Nella fattoria c’erano gli animali da cortile: le galline con il loro gallo incazzoso, le oche bianche, le anatre gialle o grigie, i conigli, qualche tacchino.

Nell’ovile, le pecore. In primavera, – ahimè, in prossimità dei riti della Pasqua – nascevano i teneri agnelli, che io chiamavo mimmi. Temo di averne assaggiato più d’uno, senza saperlo.

Nelle stalle, le vacche. Guai a chiamarle mucche, il nonno s’inalberava. Il nome è sacrosantamente vacche, ribadiva, contraddicendo la maestra, che voleva ingentilire la denominazione scientifica .

Due della mandria avevano ricevuto un nome proprio: Bianchina, alludeva al mantello chiaro, e Ferrandone dal senso oscuro. Forse, era il cognome dell’allevatore che l’aveva venduta al nonno. Di sicuro, aveva un pessimo carattere. Lunatica e schizzinosa, si rifiutava di bere nella secchia, se qualche altra bestia ci aveva messo il muso dentro.

Fra i tanti animali, però, quelli che sentivo più affini e prossimi erano i cani e i gatti. Nonno Gigi cresceva lupi da gregge, attenti e scattanti, che custodiva nel canile per motivi di sicurezza, e qualche meticcio da guardia, libero di gironzolare fra gli orti e i campi. Il mio compagno di giochi era Pupetto, fulvo e vivace. Quando correvo a scavezzacollo, mi raggiungeva e mi azzannava un polpaccio. A volte, metteva troppa foga nel gioco e finiva per farmi male. Però, i denti lasciavano solo un segno superficiale.

Gatti ce n’erano tanti. Una folta colonia popolava in assoluta libertà i fienili, le stalle, gli ovili, il pollaio e le numerose soffitte. Nella bella stagione, mi capitava di vedere qualche gatta sgusciare da una balla di fieno o dal pagliaio seguita da quattro o cinque gattini miagolanti.

Spesso, il drappello felino incrociava uno stuolo di pulcini, che sgambettava dietro la chioccia arruffata. Allora, la mamma pennuta s’infuriava. Apriva le ali e le sbatteva, lanciandosi addosso alla madre pelosa, che soffiava e faceva la coda grossa. Poi, senza darle troppo peso, s’allontanava, l’aria di superiorità.

Talvolta, qualche micio si lasciava distrarre da un’ape o da una farfalla e rimaneva indietro. La mamma prima miagolava un incitamento. Poi, se il piccolo era men che svelto a ubbidire al richiamo, lo recuperava con uno scappellotto. A volte lo faceva letteralmente volare in mezzo agli altri – giuro mamma-gatta menava come un’ossessa – oppure lo addentava per la collottola e lo riconduceva tra i fratelli fermi in attesa.

A me piaceva il suo modo spiccio, tanto simile a certe asprezze sbrigative di mia madre. Senza che me ne accorgessi, appresi le regole basilari – dicasi animali – della vita, giocando coi gatti e i cani e osservando i loro comportamenti istintivi, ma sempre efficaci e finalizzati a uno scopo utile al branco.

Tu pensi si possa imparare dagli animali?

Hai un ricordo legato a un amico speciale?

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Byron on and off 📸💡


Byron fa il bagno di mezzanotte 🌃🌌

Ho fotografato Byron con il flash! 💡🔦📸

Da Paura. 😳😱😱😨

Qui va meglio. 🤗🥰😻😺

Gatta morta… di caldo!


Belle e byron morti di caldo

Gatti curiosi


mah, queste rondini chi si credono di essere?
vanno, vengono.
sono nati pure i rondinini.
Giuseppina D’Amato la scrittrice e i gatti
Giuseppina D’Amato la scrittrice e i gatti. Belle.
Giuseppina D’Amato la scrittrice e i gatti
Giuseppina D’Amato la scrittrice e i gatti. Byron.

Belle dei Tatamoon


Belle: Un riposino sulla mia umana, ogni tanto ci vuole.

Byron: Sì, ma tu non scendi mai.

Belle: Ti piacerebbe prendere il mio posto, fratello?

Byron: Mew, meaw, wuau, wuaoooo.

Tira-graffiando


Byron e Belle dei Tatamoon
Eccoci nella borsa blu da vet, che, all’occorrenza, si rivela un posticino caldo in cui dormire.

Oggi, abbiamo deciso di non tirare i graffi sul tira graffi, ma di tirare le somme di quest’anno di vita, anche se abbiamo soltanto sette mesi, che per noi valgono cinque degli anni umani.

A ogni modo, siamo ancora cuccioli sia come gatti sia come umani. Comunque la si giri e la si rigiri, la questione è che siamo super felici: adoriamo le nostre umane, e loro ci coccolano tanto. Pina ci stravizia, e Chiara, per ripicca, le dice che sembra “una nonna coi nipotini”.

Parole sue, per noi Pina è una giovane-umana- bellissima.

«Sei un gran para culo», miagola Belle.

«Dai, non mettertici anche tu. Sono lecca scodelle come te.»

«Me, meaoo», replica lei, ma intende «Se, col piffero.» Non posso farci niente: l’umana mi conquistò fin dal principio. Mi piacque appena mise piede nell’allevamento.

Le ho persino perdonato d’avermi trattato con sufficienza al primo incontro.

«Te lo ricordi, Belle?»

 «No, io non c’ero?»

«Già, tu eri ancora nella nursery con mamma Ukiko. Parevi un topino nero e mal riuscito».

«Mew, non offendere. Tu, invece, eri un gigante, vero?»

Non le rispondo. Continuo a schiacciare i tasti del PC, e penso che non ero un gran ché neppure io, perchè quando, trotterellando sulle zampe incerte, raggiungi i parenti che si erano accrocchiati attorno alle ospiti, Pina mi guardò, e chiese «E tu chi sei così piccino?»

Io non feci neanche un mew, la scansai, e, a coda dritta, mi diressi verso Chiara, che stava seduta sul pavimento dell’ingresso in mezzo ai miei zii, cugini, parenti e amici Devon Rex. Aveva un buon odore, perciò mi feci prendere in braccio, e coccolare, ma il cuore batteva forte forte.

Daniela rispose che ero piccolo, perché ero il più cucciolo di tutti, ma Pina aveva occhi solo per Bianca Dama, la sorella di Byron I°, che “è una stella”, dicono. Però, io questa cosa non l’ho mica capita. Come fa un micio a diventare una stella? Gli umani pensano strano. Mah!

Poi il branco si spostò nella sala giochi, lo seguii attaccato alla zampa di papà Martin e mi diedi da fare a gironzolare con gli altri gatti, quando riuscivo a sfuggire all’Abbraccio di Chiara.

Ricordo che Pina scattò tante foto nel salone, e che i parenti si misero in posa davanti alla fotocamera sui tavoli e sugli alberi-tiragraffi come consumati fotomodelli. Io no, avevo paura dell’occhio grande e della luce che gli usciva da dentro. Allora, non gradivo neanche le coccole, e le smorfie degli umani mi terrorizzavano. Adesso, non ci faccio più caso.

Pina mi fece poche foto, e non mi strapazzò, e, forse, la trovai simpatica proprio per questo.

Quella mattina, ero spaventato e nervoso. Prima che Chiara e Pina arrivassero, Daniela aveva stufato tanto, ma tanto. A un certo punto, mi aveva afferrato tra le grinfie, ripulito e profumato. Puzzavo come un umano ma, appena libero, rimediai subito a modo mio.

Per fortuna, quando Daniela se ne accorse, eravamo già nella sala dei giochi. Allora lei mi guardò, e, stupita, disse «Ti sei tuffato tutt’intero nella pappa, tu.»

In effetti, era vero. Mi piaceva il paté e anche l’odore del paté, e mi ci strofinai dentro per togliermi di dosso l’umano.

Mi viene un sospetto. “Vuoi vedere che Pina non mi prese in braccio perchè avevo il paté che mi usciva dagli occhi e dalle orecchie?”

Mah! Questo dubbio è meglio che lo tengo per me.

Adesso, smetto di pensare al passato, e mi concentro sul nuovo.

«Belle, sai che non hai ancora scritto il pezzo sulla tua uscita nel borsone blu da vet?» domando a mia sorella che, come al solito, dorme sotto al leggio nero di Pina, e invidio le sue chiappette secche, che entrano in quello spazio angusto e protettivo, mentre a me passano appena le orecchie o la coda.

Lei fa capolino. «Uffa! Non ho voglia. Pigiare sui tasti rovina gli artigli. Scrivi tu», miagola infastidita, schiudendo le palpebre, e piegando le orecchie all’indietro.

«Ma io non c’ero, non so che cos’hai fatto», replico, e la fisso con gli occhi spalancati, per intimorirla, ma lei ha già ritirato la testa, e ha ripreso a dormire.

«Ronf, ronf», è la sua replica senza appello.

Ah! Se non fosse per Pina e me, chi sfamerebbe la famiglia?