Belle dei Tatamoon


Belle: Un riposino sulla mia umana, ogni tanto ci vuole.

Byron: Sì, ma tu non scendi mai.

Belle: Ti piacerebbe prendere il mio posto, fratello?

Byron: Mew, meaw, wuau, wuaoooo.

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Tira-graffiando.


Byron e Belle dei Tatamoon
Eccoci nella borsa blu da vet, che, all’occorrenza, si rivela un posticino caldo in cui dormire.

Oggi, abbiamo deciso di non tirare i graffi sul tira- graffi, ma di tirare le somme di questʼanno di vita, anche se abbiamo soltanto sette mesi, che per noi valgono cinque degli anni umani.

A ogni modo, siamo ancora cuccioli sia come gatti sia come umani. Comunque la si giri e la si rigiri, la questione è che siamo super felici: adoriamo le nostre umane, e loro ci coccolano tanto. Pina ci stravizia, e Chiara, per ripicca, le dice che sembra “una nonna coi nipotini”.

Parole sue, per noi Pina è una giovane-umana- bellissima.
«Sei un gran para culo», miagola Belle.
«Dai, non mettertici anche tu. Sono lecca scodelle come te.»

«Me, meaoo», replica lei, ma intende «Se, col piffero.» Non posso farci niente: l’umana mi conquistò fin dal principio. Mi piacque appena mise piede nell’allevamento.

Le ho persino perdonato d’avermi trattato con sufficienza al primo incontro.

«Te lo ricordi, Belle?»

 «No, io non c’ero?»
«Già, tu eri ancora nella nursery con mamma Ukiko. Parevi un topino nero e mal riuscito».

«Mew, non offendere. Tu, invece, eri un gigante, vero?»

Non le rispondo. Continuo a schiacciare i tasti del PC, e penso che non ero un gran ché neppure io, perchè quando, trotterellando sulle zampe incerte, raggiungi i parenti che si erano accrocchiati attorno alle ospiti, Pina mi guardò, e chiese «E tu chi sei così piccino?»

Io non feci neanche un mew, la scansai, e, a coda dritta, mi diressi verso Chiara, che stava seduta sul pavimento dell’ingresso in mezzo ai miei zii, cugini, parenti e amici Devon Rex. Aveva un buon odore, perciò mi feci prendere in braccio, e coccolare, ma il cuore batteva forte forte.

Daniela rispose che ero piccolo, perché ero il più cucciolo di tutti, ma Pina aveva occhi solo per Bianca Dama, la sorella di Byron I°, che “è una stella”, dicono. Però, io questa cosa non l’ho mica capita. Come fa un micio a diventare una stella? Gli umani pensano strano. Mah!

Poi il branco si spostò nella sala giochi, lo seguii attaccato alla zampa di papà Martin e mi diedi da fare a gironzolare con gli altri gatti, quando riuscivo a sfuggire all’Abbraccio di Chiara.
Ricordo che Pina scattò tante foto nel salone, e che i parenti si misero in posa davanti alla fotocamera sui tavoli e sugli alberi-tiragraffi come consumati fotomodelli. Io no, avevo paura dell’occhio grande e della luce che gli usciva da dentro. Allora, non gradivo neanche le coccole, e le smorfie degli umani mi terrorizzavano. Adesso, non ci faccio più caso.
Pina mi fece poche foto, e non mi strapazzò, e, forse, la trovai simpatica proprio per questo.
Quella mattina, ero spaventato e nervoso. Prima che Chiara e Pina arrivassero, Daniela aveva stufato tanto, ma tanto. A un certo punto, mi aveva afferrato tra le grinfie, ripulito e profumato. Puzzavo come un umano ma, appena libero, rimediai subito a modo mio.
Per fortuna, quando Daniela se ne accorse, eravamo già nella sala dei giochi. Allora lei mi guardò, e, stupita, disse «Ti sei tuffato tutt’intero nella pappa, tu.»
In effetti, era vero. Mi piaceva il paté e anche l’odore del paté, e mi ci strofinai dentro per togliermi di dosso l’umano.
Mi viene un sospetto. “Vuoi vedere che Pina non mi prese in braccio perchè avevo il paté che mi usciva dagli occhi e dalle orecchie?”
Mah! Questo dubbio è meglio che lo tengo per me.

Adesso, smetto di pensare al passato, e mi concentro sul nuovo.
«Belle, sai che non hai ancora scritto il pezzo sulla tua uscita nel borsone blu da vet?» domando a mia sorella che, come al solito, dorme sotto al leggio nero di Pina, e invidio le sue chiappette secche, che entrano in quello spazio angusto e protettivo, mentre a me passano appena le orecchie o la coda.

Lei fa capolino. «Uffa! Non ho voglia. Pigiare sui tasti rovina gli artigli. Scrivi tu», miagola infastidita, schiudendo le palpebre, e piegando le orecchie all’indietro.

«Ma io non c’ero, non so che cos’hai fatto», replico, e la fisso con gli occhi spalancati, per intimorirla, ma lei ha già ritirato la testa, e ha ripreso a dormire.
«Ronf, ronf», è la sua replica senza appello.

Ah! Se non fosse per Pina e me, chi sfamerebbe la famiglia?

I wish you a Merry Christmas!


Siamo gatti Devon Rex: Byron, Belle e il “Ce l’hai”.


okd0ydraquqghayr7uqopg_thumb_178fMew, mew, miao a tutti.

Questa mattina, Belle aveva voglia di giocare. Io, invece avevo altro per la testa. Beh, sì. Insomma, dormicchiavo sul lettone accanto a Pina, che non si era ancora alzata. Arriva lei, e mi salta addosso. Ho pensato che volesse giocare, e l’ho lasciata fare, fingendo di respingere il suo attacco, tanto per stare al gioco. Allora, lei si allontana con la coda dritta. Si volta, fa un salto alto un metro, e mi ripiomba addosso, ringhiando, nera come un puma. Ripete gli assalti una, due, tre volte, sempre rognando, e azzannandomi alla gola. Sentivo gli artigli dappertutto, sottili sottili come le spine di una rosa canina.

“Rosa canina” lo dice Pina, però io non so che cos’é una rosa canina. Una volta, ho sfogliato i petali di una rosa rossa con i cuscinetti e un poco d’artiglio, ma non aveva niente che ricordasse un cane.

Mia sorella adora giocare ad acchiapparella, che la saputa di famiglia chiama “Ce l’hai”, “acchiappino”, “lupi” o “darsela” e io devo “stare sotto”, mentre lei fugge a zampe levate. Mi viene l’affanno prima di riuscire a prenderla, perché lei è veloce come un fulmine. Però, quando l’afferro, me la godo. L’acciuffo dalla  coda, e affondo i denti nella chiappetta rosa: è una delizia  conficcare gli incisivi nella sua carne tenera. Lei, allora, si lamenta e rogna, rogna e si lamenta, e fa correre le umane, che sgridano me anche se comincia sempre lei.

Torniamo a stamattina. Dicevo che Belle è tenera e delicata, che brontola, appena qualcuno la tocca, come se avesse subito chissà quale torto, e che ama stuzzicarmi, mentre dormo. Ebbene, questa mattina, Belle sembrava più un cucciolo di tigre che una cucciola di Devon Rex, mi ha morso finanche gli occhi, e mi ha graffiato il tartufo. Allora, ho reagito, e le ho mollato una pappina. Lei è scappata, e io l’ho raggiunta in cucina.

L’ho  placcata, e le ho azzannato la gola, ma anche lei stringeva forte la mia. Quando ci siamo separati, eravamo entrambi ansimanti e malconci. Lei è corsa su per le scale, e io l’ho seguita per darle il resto. Lei, figlia di una iena e di un piranha, è andata nella camera, dove Pina dormicchiava con un occhio aperto e l’altro chiuso, e le è saltata sul petto. Furba. Così non le prendeva. Mi sono fermato sulla soglia, a distanza di sicurezza, e le ho osservate.

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«Tesoro», dice Pina, guardandole il collo. «Che cos’hai? Sei tutta arrossata».

Poi mi fissa come se fossi un volgare surmolotto.  «Byron, che cosa le hai fatto?» mi domanda, ispezionando la gola della iena.

«Amore, hai uno squarcio che sanguina» e, di nuovo, mi fulmina con un’occhiataccia.

Me ne torno a coda bassa in cucina a mangiare la pappa che Chiara ha preparato, e lascio quelle due a farsi le coccole.

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Dalla stanchezza devo essermi appisolato sulla sedia, al calduccio del termosifone, finché, a un tratto, senza sapere come e perché, sento un rampognare soffocato. Penso sia di nuovo Belle, mi guardo intorno, ma non c’è traccia del suo musetto. Invece, sul pavimento, vedo la “borsa blu da veterinario” che si agita, e miagola in modo pietoso. Caspita, penso, se hanno messo Belle là dentro, significa che la portano dalla Vet. Allora, mi lancio giù dalla sedia, e cerco di squarciare il borsone con gli artigli.  Pina mi guarda, e tace. Brutto segno quando non parla.

Le dico le parole più belle per intenerirla. «Mew, ouì, ouì, wuau».

«No, non posso lasciarvi a casa da soli. Altrimenti vi scannate», esclama lei per tutta risposta. «Che cosa vi è preso, stamattina?»

«Mew, meaw, ouì, wuau», ripeto, ma lei continua a brontolare.

«Belle viene con noi. Tu rimani a casa, e ti calmi. Se state insieme vi squartate. Capito Byron?»

Capisco che è ora di saltare sul cuscino, e fare un altro sonnellino. Con Belle e le umane non si ragiona. Qualcuno mi sa spiegare, perché Pina e Chiara non si arrabbiano, quando Belle fa la matta, invece se la prendono a morte se io mi comporto da gatto?

Il canto quasi segreto dei gatti.


Siamo gatti Devon Rex, Byron e Belle e i giochi con le buste.


Mew, Miao a tutti. Ancora un video racconto dei nostri giochi con le buste di cartone.

Siamo gatti Devon Rex: Byron e Belle a caccia di fragole.


Oggi un grande gioco di cattura la preda: andiamo a caccia di fragole con l’umana.

Gatti, libri, scrittori e incidenti.


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Avete presente quei film d’animazione in 3D, dove capita che un oggetto sfugga al controllo di chi lo gestiva e inizi a rotolare oppure cada rovinosamente, causando una lunga serie di catastrofi?

Beh, qualcosa di simile mi è accaduto giusto ieri. Però meglio cominciare dal principio.

Ho regalato a mia madre una copia di “In un paese bruciato dal sole. L’Australia”, un tomo di quattrocento undici pagine, scritte dall’instancabile Bill Bryson. Lei adora la letteratura anche quella di viaggio. Probabilmente, ha tendenze masochiste, ma su tale questione non intendo indagare.

Sta leggendo il libro un po’ alla volta. A quanto pare, ha scelto di non traumatizzarsi tutta d’un colpo. Bene, almeno fin qui. Fatto sta che, da  settimane, il libro è piantato fisso sulla scrivania della sala, che è di vetro.

Perché vi sto fornendo queste informazioni? Perché sono di vitale importanza per me e il mio piede destro. Adesso vi starete domandando che cosa abbiano in comune il mio piede destro e il libro di Bryson? Giusto? Per spiegare la faccenda devo aggiungere un terzo personaggio: Belle, la mia dolce gatta.

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Il tenero animaletto si è lanciato sulla scrivania in una folle corsa, come se si trovasse nello sconfinato bush australiano, e, siccome, ripeto, il ripiano è di vetro, non è riuscito a frenare.

Le zampine hanno colpito il volume ad alta velocità, facendolo schizzare via. Indovinereste mai chi passava accanto allo scrittoio  proprio in quel momento? Ma io, la solita fortunata. Giuro, ha centrato in pieno la venuzza che sporge sul collo del piede. Un male boia, che non vi dico. Ho stramaledetto Bryson, la mamma e i suoi gatti, con un’impensabile caduta di stile.

Mi sono consolata, pensando che almeno non sono costretta a leggerlo. In tal caso, altro che caduta di stile. Avrei ricorso alla blasfemia.

Mia madre mi ha domandato perché stessi imprecando. È stato allora che, recuperato l’orgoglio, assieme all’uso dei polmoni, ho tentato di dare un tono “elegiaco” al ridicolo avvenimento.

«Non è successo niente mamma. È solo che, d’improvviso, ho sentito su di me il peso di un’intera Nazione», ho risposto.

Mi mancavano solo una coperta azzurra e il pollice in bocca.

A ogni modo mi piace pensare che, come incidente, abbia sfiorato quasi il genere “diplomatico”.