Pubblicato in: Chiara Messina, Giuseppina D'Amato, La scrittrice e i gatti

Byron, Belle e il riposino


Giuseppina D'Amato Byron
Giuseppina D'Amato Byron
Giuseppina D'Amato Belle
Giuseppina D'Amato Belle

Belle: Fratello, dormi sempre.

Byron: Fr fr fr. Lasciami riposare che ho dato la caccia a una farfalla, tutta la mattina.

Belle: Mew mew mew, stupido acchiappa farfalle.

Byron: E tu che riporti palline di carta, tappini di bottiglie e cannucce?

Belle: Sono regali per Pina e Chiara. Tu non riporti.

Byron: Qualche volta riporto anch’io, ma solo cartocci grandi, meglio se profumano di brioche. Però, adesso lasciami dormire.

Belle: Mew mew, ui ui.

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Pubblicato in: Giuseppina D'Amato, La scrittrice e i gatti

Tutti i giorni la stessa storia… di gatti.


Fullsizeoutput 1828Belle: Fratello, spiegami perchè quando sto sul calorifero vuoi starci anche tu? Shh ssh ssh!

Byron: Mew, mew, fr fr fr!

Belle: Basta smancerie e non leccarmi. Gr gr gr.

Byron: Tu non rognare e fatti più in là!

Pubblicato in: Buon Natale, Giuseppina D'Amato, La scrittrice e i gatti, Siamo gatti

Margaret Mitchell e il suo gatto


Margaret Mitchell su La scrittrice e i gatti di Giuseppina D'Amato
Margaret Mitchell|La scrittrice e i gatti di Giuseppina D’Amato

Una bellissima fotografia in bianco e nero della scrittrice Margaret Mitchell con il suo gatto certosino.

La frattura di un’anca la costrinse a lungo all’immobilità. Durante il periodo della convalescenza, ella scrisse il romanzo Via col vento, che fu pubblicato nel 1936 e riscosse subito un notevole successo.

Gone with the wind vinse il prestigioso premio Pulitzer nel 1937.

Nel 1939 uscì nelle sale il celeberrimo film interpretato da Vivien Leigh e Clark Gable. Da allora, la tempestosa storia d’amore fra la volubile Scarlett O’Hara e l’avventuriero dal cuore tenero, Red Buttler, ambientata in Georgia, durante la guerra di secessione americana, ha commosso intere generazioni.

Margaret morì dieci anni dopo, investita da un taxi. Era il 16 agosto del 1949. Aveva quarantanove anni.

Pubblicato in: Siamo gatti

Il gatto che rese omaggio a Gesù Bambino


Byron da piccolo
Io da piccolo: avevo cinque mesi, appena.

La leggenda del gatto

Caro Gatto, disse lei, caro, cocciuto, 
orgoglioso e caparbio animale, io ti benedico. 
Da questo giorno, lasciati alle spalle le lande disabitate.
Giacchè sei rimasto qui, nessuno avrà mai 
il potere di chiamarti servo, 
eppure il focolare ti accoglierà sempre con favore. 
Sarai sia libero, sia affezionato all’uomo.
E tante saranno le famiglie che sorrideranno 
nell’ascoltarti gorgheggiare
il tuo apprezzamento verso la tua casa
come una vibrante teiera farebbe.

La leggenda del gatto, Bethany Roberts.

Così la Vergine Maria benedisse il gatto, che, insieme agli altri animali, era andato a rendere omaggio a Gesù Bambino.
Bethany Roberts è una scrittrice di libri per bambini.

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Belle dei Tatamoon


Belle: Un riposino sulla mia umana, ogni tanto ci vuole.

Byron: Sì, ma tu non scendi mai.

Belle: Ti piacerebbe prendere il mio posto, fratello?

Byron: Mew, meaw, wuau, wuaoooo.

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Tira-graffiando


Byron e Belle dei Tatamoon
Eccoci nella borsa blu da vet, che, all’occorrenza, si rivela un posticino caldo in cui dormire.

Oggi, abbiamo deciso di non tirare i graffi sul tira graffi, ma di tirare le somme di quest’anno di vita, anche se abbiamo soltanto sette mesi, che per noi valgono cinque degli anni umani.

A ogni modo, siamo ancora cuccioli sia come gatti sia come umani. Comunque la si giri e la si rigiri, la questione è che siamo super felici: adoriamo le nostre umane, e loro ci coccolano tanto. Pina ci stravizia, e Chiara, per ripicca, le dice che sembra “una nonna coi nipotini”.

Parole sue, per noi Pina è una giovane-umana- bellissima.

«Sei un gran para culo», miagola Belle.

«Dai, non mettertici anche tu. Sono lecca scodelle come te.»

«Me, meaoo», replica lei, ma intende «Se, col piffero.» Non posso farci niente: l’umana mi conquistò fin dal principio. Mi piacque appena mise piede nell’allevamento.

Le ho persino perdonato d’avermi trattato con sufficienza al primo incontro.

«Te lo ricordi, Belle?»

 «No, io non c’ero?»

«Già, tu eri ancora nella nursery con mamma Ukiko. Parevi un topino nero e mal riuscito».

«Mew, non offendere. Tu, invece, eri un gigante, vero?»

Non le rispondo. Continuo a schiacciare i tasti del PC, e penso che non ero un gran ché neppure io, perchè quando, trotterellando sulle zampe incerte, raggiungi i parenti che si erano accrocchiati attorno alle ospiti, Pina mi guardò, e chiese «E tu chi sei così piccino?»

Io non feci neanche un mew, la scansai, e, a coda dritta, mi diressi verso Chiara, che stava seduta sul pavimento dell’ingresso in mezzo ai miei zii, cugini, parenti e amici Devon Rex. Aveva un buon odore, perciò mi feci prendere in braccio, e coccolare, ma il cuore batteva forte forte.

Daniela rispose che ero piccolo, perché ero il più cucciolo di tutti, ma Pina aveva occhi solo per Bianca Dama, la sorella di Byron I°, che “è una stella”, dicono. Però, io questa cosa non l’ho mica capita. Come fa un micio a diventare una stella? Gli umani pensano strano. Mah!

Poi il branco si spostò nella sala giochi, lo seguii attaccato alla zampa di papà Martin e mi diedi da fare a gironzolare con gli altri gatti, quando riuscivo a sfuggire all’Abbraccio di Chiara.

Ricordo che Pina scattò tante foto nel salone, e che i parenti si misero in posa davanti alla fotocamera sui tavoli e sugli alberi-tiragraffi come consumati fotomodelli. Io no, avevo paura dell’occhio grande e della luce che gli usciva da dentro. Allora, non gradivo neanche le coccole, e le smorfie degli umani mi terrorizzavano. Adesso, non ci faccio più caso.

Pina mi fece poche foto, e non mi strapazzò, e, forse, la trovai simpatica proprio per questo.

Quella mattina, ero spaventato e nervoso. Prima che Chiara e Pina arrivassero, Daniela aveva stufato tanto, ma tanto. A un certo punto, mi aveva afferrato tra le grinfie, ripulito e profumato. Puzzavo come un umano ma, appena libero, rimediai subito a modo mio.

Per fortuna, quando Daniela se ne accorse, eravamo già nella sala dei giochi. Allora lei mi guardò, e, stupita, disse «Ti sei tuffato tutt’intero nella pappa, tu.»

In effetti, era vero. Mi piaceva il paté e anche l’odore del paté, e mi ci strofinai dentro per togliermi di dosso l’umano.

Mi viene un sospetto. “Vuoi vedere che Pina non mi prese in braccio perchè avevo il paté che mi usciva dagli occhi e dalle orecchie?”

Mah! Questo dubbio è meglio che lo tengo per me.

Adesso, smetto di pensare al passato, e mi concentro sul nuovo.

«Belle, sai che non hai ancora scritto il pezzo sulla tua uscita nel borsone blu da vet?» domando a mia sorella che, come al solito, dorme sotto al leggio nero di Pina, e invidio le sue chiappette secche, che entrano in quello spazio angusto e protettivo, mentre a me passano appena le orecchie o la coda.

Lei fa capolino. «Uffa! Non ho voglia. Pigiare sui tasti rovina gli artigli. Scrivi tu», miagola infastidita, schiudendo le palpebre, e piegando le orecchie all’indietro.

«Ma io non c’ero, non so che cos’hai fatto», replico, e la fisso con gli occhi spalancati, per intimorirla, ma lei ha già ritirato la testa, e ha ripreso a dormire.

«Ronf, ronf», è la sua replica senza appello.

Ah! Se non fosse per Pina e me, chi sfamerebbe la famiglia?

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Siamo gatti Devon Rex: Byron, Belle e il “Ce l’hai”.


okd0ydraquqghayr7uqopg_thumb_178fMew, mew, miao a tutti.

Questa mattina, Belle aveva voglia di giocare. Io, invece avevo altro per la testa. Beh, sì. Insomma, dormicchiavo sul lettone accanto a Pina, che non si era ancora alzata. Arriva lei, e mi salta addosso. Ho pensato che volesse giocare, e l’ho lasciata fare, fingendo di respingere il suo attacco, tanto per stare al gioco. Allora, lei si allontana con la coda dritta. Si volta, fa un salto alto un metro, e mi ripiomba addosso, ringhiando, nera come un puma. Ripete gli assalti una, due, tre volte, sempre rognando, e azzannandomi alla gola. Sentivo gli artigli dappertutto, sottili sottili come le spine di una rosa canina.

“Rosa canina” lo dice Pina, però io non so che cos’é una rosa canina. Una volta, ho sfogliato i petali di una rosa rossa con i cuscinetti e un poco d’artiglio, ma non aveva niente che ricordasse un cane.

Mia sorella adora giocare ad acchiapparella, che la saputa di famiglia chiama “Ce l’hai”, “acchiappino”, “lupi” o “darsela” e io devo “stare sotto”, mentre lei fugge a zampe levate. Mi viene l’affanno prima di riuscire a prenderla, perché lei è veloce come un fulmine. Però, quando l’afferro, me la godo. L’acciuffo dalla  coda, e affondo i denti nella chiappetta rosa: è una delizia  conficcare gli incisivi nella sua carne tenera. Lei, allora, si lamenta e rogna, rogna e si lamenta, e fa correre le umane, che sgridano me anche se comincia sempre lei.

Torniamo a stamattina. Dicevo che Belle è tenera e delicata, che brontola, appena qualcuno la tocca, come se avesse subito chissà quale torto, e che ama stuzzicarmi, mentre dormo. Ebbene, questa mattina, Belle sembrava più un cucciolo di tigre che una cucciola di Devon Rex, mi ha morso finanche gli occhi, e mi ha graffiato il tartufo. Allora, ho reagito, e le ho mollato una pappina. Lei è scappata, e io l’ho raggiunta in cucina.

L’ho  placcata, e le ho azzannato la gola, ma anche lei stringeva forte la mia. Quando ci siamo separati, eravamo entrambi ansimanti e malconci. Lei è corsa su per le scale, e io l’ho seguita per darle il resto. Lei, figlia di una iena e di un piranha, è andata nella camera, dove Pina dormicchiava con un occhio aperto e l’altro chiuso, e le è saltata sul petto. Furba. Così non le prendeva. Mi sono fermato sulla soglia, a distanza di sicurezza, e le ho osservate.

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«Tesoro», dice Pina, guardandole il collo. «Che cos’hai? Sei tutta arrossata».

Poi mi fissa come se fossi un volgare surmolotto.  «Byron, che cosa le hai fatto?» mi domanda, ispezionando la gola della iena.

«Amore, hai uno squarcio che sanguina» e, di nuovo, mi fulmina con un’occhiataccia.

Me ne torno a coda bassa in cucina a mangiare la pappa che Chiara ha preparato, e lascio quelle due a farsi le coccole.

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Dalla stanchezza devo essermi appisolato sulla sedia, al calduccio del termosifone, finché, a un tratto, senza sapere come e perché, sento un rampognare soffocato. Penso sia di nuovo Belle, mi guardo intorno, ma non c’è traccia del suo musetto. Invece, sul pavimento, vedo la “borsa blu da veterinario” che si agita, e miagola in modo pietoso. Caspita, penso, se hanno messo Belle là dentro, significa che la portano dalla Vet. Allora, mi lancio giù dalla sedia, e cerco di squarciare il borsone con gli artigli.  Pina mi guarda, e tace. Brutto segno quando non parla.

Le dico le parole più belle per intenerirla. «Mew, ouì, ouì, wuau».

«No, non posso lasciarvi a casa da soli. Altrimenti vi scannate», esclama lei per tutta risposta. «Che cosa vi è preso, stamattina?»

«Mew, meaw, ouì, wuau», ripeto, ma lei continua a brontolare.

«Belle viene con noi. Tu rimani a casa, e ti calmi. Se state insieme vi squartate. Capito Byron?»

Capisco che è ora di saltare sul cuscino, e fare un altro sonnellino. Con Belle e le umane non si ragiona. Qualcuno mi sa spiegare, perché Pina e Chiara non si arrabbiano, quando Belle fa la matta, invece se la prendono a morte se io mi comporto da gatto?

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Siamo gatti Devon Rex: Byron e Belle alle prese con Babbo Natale.


Un grande mew, mew a tutti. Oggi vi video-raccontiamo il nostro primo incontro con Babbo Natale. Dicono che porti i doni ai piccoli, se sono bravi, ma a noi è parso un tipo strano. A ogni modo, facciamo i buoni, così lui ci porta i regali che abbiamo chiesto, e che sono: una confezione grande di crocchette, perché le umane ci danno solo carne di manzo o di quaglia,  tanti tappi colorati e tintinnanti, scatole per giocare a nascondino, campanelli e piccole prede da catturare.

Tu che stai leggendo, mi dici che cosa vorresti da Babbo Natale per te stesso o per gli altri?